
La sicurezza riguarda una dimensione essenziale della vita democratica: poter vivere la propria città, attraversarla senza paura, abitare lo spazio pubblico, partecipare alla vita collettiva è una precondizione della libertà, del benessere e della coesione sociale. Per questo è un tema che va affrontato con senso di responsabilità e serietà, evitando ogni forma di speculazione, risposte semplificate o l’illusione che basti irrigidire le norme penali per rendere più sicure le comunità. Al paradigma securitario e muscolare delle destre, che speculano sul sentimento di paura e solitudine delle persone ma sono incapaci di elaborare soluzioni efficaci, bisogna contrapporre un piano di interventi che entri davvero nel vivo delle fragilità e delle debolezze che generano insicurezza. Per produrre sicurezza è dunque fondamentale occuparsi della vita dei territori, stare nelle strade, nei quartieri, dove si produce il sentimento di vulnerabilità che avvertono le persone. Ecco perché per garantire maggiore sicurezza è fondamentale dare protagonismo ai sindaci e agli enti locali.
La sicurezza urbana incrocia ordine pubblico, qualità dello spazio urbano, politiche sociali, salute pubblica, scuola, lavoro, casa, cultura, mobilità, illuminazione, tecnologia, cura del territorio. Non può essere valutata attraverso una contabilità dei reati, ma guardando alla qualità della convivenza, prevenendo il disagio, riducendo le marginalità, rafforzando i legami sociali, rendendo più vivi e presidiati i luoghi della città.
Su questo terreno le forze democratiche non devono sentirsi in difensiva. Al contrario: proprio perché abbiamo una cultura di governo fondata sulla serietà delle istituzioni, sulla prossimità ai territori, sulla difesa delle libertà e sulla giustizia sociale, abbiamo tutte le condizioni per fare della sicurezza un punto forte della nostra proposta politica. Dobbiamo rivendicare una visione più solida, più efficace e più credibile: una sicurezza democratica, integrata, concreta, capace di proteggere le persone senza indebolire la qualità della nostra convivenza civile, la libertà e il rispetto dei diritti.
Dobbiamo partire da un dato di realtà: l’Italia è un Paese sicuro e le nostre città, nel confronto europeo, sono città sicure. Non esiste un’emergenza sicurezza tale da giustificare una rincorsa continua a nuovi reati, nuove pene, nuove aggravanti. Nel 2024 gli omicidi sono stati 327, con un tasso pari a 0,55 ogni 100 mila abitanti: uno dei livelli più bassi in Europa.
Questo lavoro è frutto dell’impegno delle nostre forze dell’ordine e della nostra magistratura. Su questo non ci può essere nessun equivoco: noi siamo e saremo sempre dalla parte degli operatori in divisa, donne e uomini che svolgono ogni giorno un lavoro straordinario, spesso in condizioni difficili, con professionalità, equilibrio e senso democratico delle istituzioni. Il nostro Paese, anche grazie a scelte compiute nei decenni passati, ha costruito un modello democratico di sicurezza e di polizia di cui dobbiamo essere orgogliosi, nel quale le Forze dell’Ordine non sono percepite come un corpo separato dalla società, ma come un presidio della Repubblica, capace di garantire ordine pubblico, legalità e insieme rispetto dei cittadini e delle libertà costituzionali. Questo modello va difeso, non indebolito con proposte estemporanee o con scorciatoie propagandistiche che spesso non sono richieste neppure dagli operatori stessi.
A questo si aggiunge l’azione della magistratura, il contrasto alla criminalità organizzata, l’impegno quotidiano di donne e uomini che garantiscono legalità nei territori e in questo quadro, l’indipendenza della magistratura è un presidio essenziale dello Stato di diritto e una garanzia per tutti i cittadini.
Dire che l’Italia è un Paese sicuro, però, non significa negare la percezione di insicurezza che attraversa molte comunità. Anche questo è un dato reale, soprattutto nelle grandi aree urbane. Nel 2024 il 26,6% delle famiglie italiane ritiene la zona in cui vive molto o abbastanza a rischio criminalità; nei comuni centro delle aree metropolitane questa quota arriva al 47,8%. È su questo scarto tra sicurezza reale e sicurezza percepita che dobbiamo intervenire con serietà.Per questo dobbiamo dirlo con forza: mettere continuamente mano al codice penale non produce automaticamente più sicurezza. Aumentare le pene, moltiplicare i reati, non risolve ciò che rende insicuri i quartieri.La sicurezza si costruisce con la presenza dello Stato, con il controllo del territorio, con Forze dell’Ordine messe nelle condizioni di lavorare meglio, con una giustizia più rapida. Ma si costruisce anche con la cura dello spazio pubblico, l’illuminazione, i servizi, le politiche sociali ed educative, il contrasto alla marginalità, il presidio dei quartieri, la collaborazione tra Comuni, Prefetture, scuola, terzo settore e comunità locali. Il controllo del territorio e la repressione dei reati sono necessari. La legalità va garantita. Chi delinque deve essere perseguito. Le organizzazioni criminali vanno colpite in tutte le loro catene, non soltanto negli anelli più visibili che agiscono nei quartieri e nelle strade. Le città chiedono più presenza delle Forze dell’Ordine, più pattuglie nelle ore serali e notturne, più capacità di intervento, più strumenti per contrastare la criminalità.
Ma proprio per rispetto del loro lavoro dobbiamo dire con chiarezza che la sicurezza non si garantisce con gli slogan o con le campagne sui social, speculando su ogni episodio criminale e additando il capro espiatorio di turno, ma con personale e risorse sufficienti. Oggi il sistema della sicurezza vive una condizione di forte pressione. La Polizia di Stato presenta carenze significative di organico; la Polizia Locale ha perso negli anni migliaia di operatori, passando da circa 60.000 unità nel 2009 a circa 48.000 attuali; le città continuano a registrare squilibri territoriali nella distribuzione delle presenze operative, soprattutto nelle fasce orarie più critiche. A questo si aggiungono il ricorso diffuso agli straordinari, l’età media elevata del personale, dotazioni non sempre adeguate e retribuzioni che restano inferiori a quelle di altri grandi Paesi europei.
Se vogliamo davvero garantire sicurezza, dobbiamo partire da qui. Dobbiamo chiedere di raggiungere gli standard necessari per garantirla, come quello indicato dai sindaci e dall’ANCI di almeno una volante o radiomobile ogni 25.000 abitanti nelle ore notturne. Oggi siamo ancora lontani da questo obiettivo.
Di fronte a questo quadro, i sindaci chiedono meno reati nuovi e più risposte reali, a partire da un grande investimento nazionale sulla sicurezza urbana. È tempo che lo Stato faccia la sua parte nel rafforzare gli organici delle Forze dell’Ordine e della Polizia Locale, nel garantire presidi territoriali reali, specie nelle zone e negli orari più a rischio, nel sostenere i comuni che ogni giorno si trovano in prima linea davanti alle domande dei cittadini. Chiediamo, come propone l’ANCI, un Fondo unico nazionale per la sicurezza delle città, strutturale e adeguato, non misure episodiche o finanziamenti limitati a pochi comuni e a pochi anni. Le risorse oggi disponibili non sono sufficienti: il Fondo per la sicurezza urbana resta troppo limitato, mentre per rafforzare davvero le polizie locali e i dispositivi di prevenzione servirebbe un investimento di ben altra scala, stabile e programmato.
La sicurezza urbana è il principale terreno su cui più chiaramente emerge la necessità di una nuova alleanza tra Stato, Regioni, Comuni e comunità locali. I sindaci sono le istituzioni più vicine ai cittadini. Conoscono le fragilità dei quartieri, i luoghi in cui si concentrano tensioni, le aree in cui servono più illuminazione, più trasporto pubblico, più servizi, più presenza educativa, più controllo, più ascolto. Eppure, tutte le principali le scelte nazionali sulla sicurezza sono state assunte senza un vero confronto con i territori. È un’enorme contraddizione che va superata. Nessuna politica di sicurezza può essere efficace se non coinvolge chi governa le città.
Per noi la parola chiave è integrazione. Integrazione tra controllo e prevenzione. Questo significa riconoscere che non c’è alcuna contraddizione tra un forte e netto sostegno alle azioni di controllo e repressione e la costruzione di modelli inclusivi, partecipati e territoriali di sicurezza. Al contrario, questi due elementi si rafforzano reciprocamente. Una città in cui le Forze dell’Ordine sono presenti, coordinate e messe nelle condizioni di lavorare bene è una città più sicura; una città in cui esistono reti sociali e culturali, presidi educativi, servizi socio-sanitari, luoghi di aggregazione, spazi pubblici vissuti, mediatori, associazioni e comunità attive è una città in cui anche il lavoro delle Forze dell’Ordine diventa più efficace, perché non resta solo davanti all’emergenza.
La sicurezza integrata e democratica non è una formula astratta. È il modo più serio per affrontare la complessità dei fenomeni urbani.
La prevenzione sociale è una componente essenziale della sicurezza. Troppo spesso resta invisibile, perché produce effetti meno immediatamente comunicabili di un’operazione di polizia o di una nuova norma penale. Eppure è attraverso la prevenzione che si costruiscono i risultati più duraturi. L’educativa di strada, la mediazione dei conflitti, il sostegno alle vittime, i progetti sportivi e culturali per i giovani, il contrasto alla dispersione scolastica, il supporto alle famiglie fragili, il riutilizzo di beni confiscati alle mafie, l’integrazione dei cittadini stranieri, la presa in carico delle persone senza dimora, i percorsi di reinserimento per chi esce dal carcere, la giustizia riparativa, la rigenerazione degli spazi pubblici: tutto questo non è un’aggiunta “sociale” alla sicurezza. È sicurezza.
Un quartiere illuminato, vissuto, curato e attraversato da servizi di prossimità è meno esposto al degrado e all’illegalità. Un giovane che trova scuola, sport, cultura, formazione e lavoro ha più strumenti per costruire un futuro e meno probabilità di finire in circuiti di devianza. Il reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute o ex detenute è uno degli strumenti più efficaci per ridurre la recidiva. La riappropriazione di spazi urbani, sottratti alle attività criminali, depotenzia il cosiddetto welfare mafioso, offrendo alternative di vita
Un modello sociale inclusivo è di per sé un fattore di sicurezza. Una società che investe in scuola, welfare, sanità, lavoro, casa, cultura, sport, spazi pubblici e relazioni comunitarie è una società che produce sicurezza, non retorica della paura. La politica della sicurezza affronta i problemi, li misura, investe, coordina, previene. La retorica della paura li usa per dividere. Noi dobbiamo scegliere la prima strada. Ed è quella che a Roma Capitale stiamo percorrendo. Ci siamo dedicati alla costruzione di un modello di sicurezza urbana che tiene insieme presenza istituzionale, tecnologia, cura dello spazio pubblico e partecipazione civica. Innanzitutto, abbiamo investito sul primo indispensabile tassello per una politica efficace della sicurezza, il personale: abbiamo assunto oltre 1.300 nuovi agenti nel Corpo della Polizia Locale, in netta controtendenza rispetto al dato nazionale. Abbiamo rafforzato la vigilanza nelle stazioni della metropolitana, cresciuta del 70 per cento. Abbiamo aperto, insieme a Metropol e Atac, un presidio alla Stazione Termini e potenziato la control room interforze del Giubileo e stiamo lavorando a una nuova Sala operativa capace di gestire, anche attraverso l’intelligenza artificiale, fino a 15.000 telecamere. Abbiamo destinato il finanziamento ministeriale di 625.000 euro alla realizzazione di una dashboard integrata per il governo della sicurezza urbana, uno strumento innovativo che raccoglierà e armonizzerà dati, segnalazioni, indicatori territoriali ed esiti degli Osservatori per la sicurezza. La tecnologia deve essere uno strumento al servizio di una visione democratica, trasparente e rispettosa dei diritti, e deve essere utilizzata nel pieno rispetto della privacy, delle libertà individuali e del principio di proporzionalità.
Soprattutto, abbiamo perseguito una collaborazione costante con tutti i livelli istituzionali, Prefettura, Questura, Forze dell’Ordine, Polizia Locale, Municipi, aziende pubbliche, servizi sociali e tessuto associativo. Un metodo sperimentato con successo nella gestione del Giubileo, attraverso le continue riunioni del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, il coordinamento operativo, la capacità di far lavorare insieme amministrazioni diverse, livelli di governo diversi, competenze diverse. Grazie a questo metodo abbiamo affrontato eventi enormemente complessi e dossier difficili dalle grandi concentrazioni di persone nei grandi eventi, non solo giubilari, fino a questioni delicate come le occupazioni abusive nelle case popolari. Servono forti relazioni e patti territoriali per diffondere sicurezza.
Dentro questa visione si colloca il Piano Roma Notte, che rappresenta uno degli interventi più innovativi messi in campo da Roma Capitale sul terreno della sicurezza urbana. La notte è oggi una delle dimensioni in cui si concentra maggiormente la percezione di insicurezza: la crescita della movida, l’intensificazione dei flussi urbani, la presenza di lavoratori notturni, giovani, turisti e residenti produce nuove fragilità, nuove tensioni e nuovi bisogni di presidio. Per questo abbiamo scelto di non affrontare la notte solo come un problema di ordine pubblico, ma come una parte viva della città da organizzare, illuminare, accompagnare e rendere più accessibile.
L’idea di fondo del Piano è semplice e, al tempo stesso, profondamente politica: più città significa più sicurezza. La sicurezza notturna aumenta dove ci sono più luce, più mobilità, più spazi curati, più presenza, più relazioni, più capacità di ascolto e intervento. Non basta intervenire quando l’insicurezza si manifesta. Bisogna agire sui luoghi e sulle condizioni che la producono: illuminazione, trasporto pubblico, decoro urbano, accessibilità, presidio sociale, mediazione, partecipazione.
Il Piano Roma Notte si muove lungo due grandi direttrici. Da un lato gli interventi strutturali: illuminazione pubblica, mobilità notturna, decoro urbano e videosorveglianza. Dall’altro la costruzione di una vera rete territoriale, fatta di Polizia Locale, Protezione Civile, servizi sociali, terzo settore, esercenti, lavoratori notturni, comunità straniere, tutor urbani e soggetti della città che possono contribuire a un presidio diffuso e responsabile dello spazio pubblico. È un modello di sicurezza partecipata, che si ispira anche alle esperienze più avanzate già sperimentate in altre città, a partire da Bologna, dove l’integrazione tra presenza istituzionale, mediazione sociale, cura dei luoghi e partecipazione civica ha prodotto pratiche molto interessanti.
Con Roma Notte vogliamo costruire una rete di sicurezza e prossimità nei luoghi della movida e nelle aree più sensibili. Una rete che non sostituisce le Forze dell’Ordine ma le affianca e le integra, aggiungendo presìdi civici e di comunità capaci di favorire mediazione, fiducia e comportamenti responsabili. In questo quadro rientra il potenziamento delle pattuglie notturne della Polizia Locale, con 20 pattuglie aggiuntive dislocate su tutti i municipi e fino a 50 pattuglie nei servizi notturni di giovedì, venerdì e sabato. È una risposta concreta alla domanda di maggiore presenza nelle ore più delicate della giornata.
Accanto alla Polizia Locale nasce la rete dei Tutor della notte: fino a 150 tutor urbani, divisi in équipe e dislocati in circa 50 punti della città, con funzioni di assistenza, accoglienza e mediazione nei luoghi della vita notturna. Non sono una forza di polizia e non hanno alcuna funzione sostitutiva. Sono una presenza riconoscibile, formata, capace di orientare, prevenire conflitti, promuovere comportamenti responsabili in materia di sicurezza stradale e tutela della salute, attivare le Forze dell’Ordine quando necessario e offrire supporto pratico alle persone in difficoltà. È una sicurezza dal volto umano, che lavora sulla relazione prima che sull’emergenza.
Il Piano prevede anche il coinvolgimento delle comunità straniere, attraverso la Consulta Metropolitana, mediatori culturali, protocolli d’intesa con associazioni e, ove opportuno, consolati, progetti di coesione di quartiere e patti di comunità nelle aree a rischio tensione. Anche questo è sicurezza: prevenire i conflitti, costruire fiducia, rafforzare il dialogo interculturale, riconoscere che la convivenza non si impone dall’alto ma si costruisce nei territori. Un altro tassello fondamentale è la Rete dei Porti Sicuri della Notte, che coinvolge esercenti, operatori dell’intrattenimento, del commercio, della ristorazione e del turismo come parte attiva del sistema di sicurezza urbana. I locali aderenti possono diventare punti di prossimità, orientamento e rifugio per cittadini e visitatori, contribuendo al presidio diffuso del territorio nelle ore notturne. Anche l’illuminazione collaborativa, con corridoi di luce verso fermate del trasporto pubblico e principali assi di mobilità, diventa uno strumento concreto per ridurre il buio, aumentare la percezione di sicurezza e rafforzare la responsabilità condivisa.
Sul piano degli interventi strutturali, Roma sta investendo 70 milioni di euro nel nuovo Piano di Illuminazione pubblica, con 745 strade e oltre 10.000 punti luce interessati, nuovi LED ad alta efficienza, un aumento della luminosità del 30 per cento e interventi prioritari su stazioni, parcheggi, fermate, parchi e attraversamenti pedonali. La mobilità notturna è un altro moltiplicatore di sicurezza urbana. Per questo il Piano prevede il raddoppio della frequenza delle linee autobus notturne collegate alle metropolitane A, B, B1 e C a partire dal sabato, l’incremento delle fermate intermedie sulle strade a grande viabilità e forme di assistenza a bordo e presso le fermate più sensibili nelle notti di giovedì, venerdì e sabato.
Tutto questo compone un’idea di città che costruisce sicurezza attraverso una rete attiva di istituzioni, operatori pubblici, soggetti sociali, lavoratori, comunità, esercenti e cittadini.
Questa impostazione si collega a una visione ancora più ampia della sicurezza come elemento fondamentale di qualità urbana. Una città più ordinata, più curata, più accessibile, più verde, più illuminata, più ricca di presidi sociali e culturali è una città più sicura. Per questo anche i grandi investimenti di rigenerazione urbana riguardano anche le politiche di sicurezza. A Roma lo vediamo nei progetti di Tor Bella Monaca, Corviale, Primavalle, nell’ex Caserma di Porto Fluviale, nei programmi finanziati dal PNRR e nell’utilizzo delle risorse del cosiddetto Decreto Caivano nel quartiere Quarticciolo.
Mentre ci avviamo alla conclusione dei progetti finanziati dal PNRR, il Governo deve assumere la responsabilità di garantire nuovi investimenti nel cuore delle città, soprattutto nelle aree più fragili. Non possiamo permetterci che la stagione della rigenerazione si interrompa.
Serve anche una riforma del ruolo della Polizia Locale. Le polizie locali sono diventate sempre più centrali nella gestione della sicurezza urbana, della viabilità, del controllo del territorio, degli eventi, delle emergenze, della prossimità. Ma a questa crescita di responsabilità non sempre è corrisposto un adeguato riconoscimento normativo, previdenziale, professionale e operativo. È inoltre indispensabile dotare le città di strumenti adeguati per la videosorveglianza, la manutenzione tecnologica, l’integrazione dei sistemi informativi, la gestione dei dati e il coordinamento con le sale operative delle Forze dell’Ordine. I fondi attuali sono insufficienti e troppo frammentati. La sicurezza urbana ha bisogno di programmazione pluriennale, non di bandi occasionali. Ha bisogno di continuità amministrativa, non di emergenzialità permanente.
Al tempo stesso, la sicurezza democratica si misura anche nella capacità di proteggere tutte e tutti. Contrastare con decisione la violenza di genere, l’omofobia, il razzismo, l’antisemitismo, l’islamofobia, ogni forma di discriminazione non è un capitolo separato dalle politiche di sicurezza. Ne è parte integrante. Una comunità attraversata dall’odio è una comunità meno sicura. Difendere la dignità delle persone significa rafforzare la qualità democratica della città.
Il modello di sicurezza di cui hanno bisogno le nostre città si basa su una sicurezza forte perché democratica, efficace perché integrata, credibile perché fondata su investimenti reali e non su slogan. Una sicurezza che non contrappone libertà e protezione, ma le tiene insieme; non considera i cittadini soltanto come persone da controllare, ma come comunità da coinvolgere; riconosce nei sindaci e nei governi locali un presidio essenziale della Repubblica.
La sfida dei prossimi anni sarà costruire un nuovo patto nazionale per la sicurezza urbana, che metta al centro le città, dia risorse ai territori, rafforzi gli organici, sostenga la prevenzione, valorizzi il ruolo delle comunità locali, investa in tecnologia e cura dello spazio pubblico.
Dalla capacità di rispondere a questa domanda dipenderà una parte decisiva della qualità della nostra democrazia.
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