Questo intervento prende le mosse dalla constatazione del tramonto dell’edilizia c.d. sovvenzionata come politica organica volta a rispondere alla domanda di “casa sociale” e dal tentativo di comprendere come il partenariato pubblico-privato possa essere corretto per divenire uno strumento urbanistico in grado di ridare slancio, sebbene incidentalmente, alla realizzazione del diritto fondamentale all’abitare dei gruppi più poveri.
Rientra tra i temi delle politiche pubbliche di pianificazione urbanistica la “questione delle abitazioni” per le fasce più deboli finalizzata a garantire la coesione sociale nei diversi territori. Le grandi politiche pubbliche per la casa – dal piano INA casa alla legge 865/71, al piano decennale per la casa della l. 457/78 – sembrano non essere più riproponibili in quelle forme, sia per difficoltà di bilancio statale, sia perché non esiste più un canale di finanziamento certo come quello a suo tempo previsto e poi abrogato dei fondi GESCAL [1].
Quella complessa legislazione ci conferma comunque che rientra tra i compiti dell’ordinamento statuale la cura degli interessi pubblici relativi alla soddisfazione del bisogno di abitazioni a basso costo, soprattutto per ceti alla soglia di povertà per la quale il problema dell’abitazione resta prioritario.
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